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Sullo scoglio una sera

27 agosto 2009
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scogliomareluna

Sera, piuttosto tardi, di quelle sere che ti convincono che l’estate è ormai alla fine. Si è spento il chiacchiericcio continuo delle persone che siedono sul molo in cerca di un po’ di fresco; il sole, stanco di aver provveduto a ravvivare l’aspetto degli umani, lascia il posto alla notte limpida dei mesi più freddi; anche il vento è più denso, meno alitoso, e fa sbattere le drizze contro gli alberi delle barche a vela, un mantra pacato e riposante che incanta.

Cammino sul molo con la sacca delle canne sulle spalle, la cassetta degli attrezzi da pesca in una mano, il secchio nell’altra. Spero che il mio scoglio preferito sia libero e già assaporo una nottata di pesca in tranquillità, fumando qualche buon Antico Toscano mentre tengo d’occhio la flebile luce degli Starlite sul cimino delle canne, pronto a scattare per la ferrata ad ogni minimo movimento.

Arrivato sul frangiflutti, in fondo all’antico molo, vedo che il mio caro scoglio è libero ma, nonostante questo, accelero il passo come se temessi che all’ultimo momento sbucasse un pescatore dal nulla e mi occupasse la postazione.

Mi inerpico sulle pietre, alcune veramente appuntite, altre scivolose, ed arrivo sul luogo.

Poso a terra la sacca, con delicatezza perché i mulinelli sono delicati, sistemo per terra la cassetta, in modo che non ruzzoli giù in mare con tutta l’attrezzatura, lo zaino con l’acqua ed i panini, il secchio ed inizio la fase preparatoria, non prima però di essermi rivolto verso il mare, con gli occhi chiusi, ed aver inspirato i profumi che il lieve maestrale porta con sé.

Faccio per aprire la sacca delle canne quando mi pare di udire delle voci, o meglio, una specie di lieve sussurro.

Mi fermo e resto un attimo in ascolto, fermo.

Il sussurro è una voce femminile, sicuramente non un soprano, un contralto piuttosto. Un sussurro, pieno ma scuro nel timbro, che risuona alternandosi con lo sciacquettio delle onde di marea contro le pietre.

Rimango immobile, colpito dalla particolare risonanza del momento. So che dovrei fingere di non sentire e continuare ciò che sto facendo, anzi mostrandomi chiaramente per indurre chiunque fosse ad accorgersi di essere ascoltata.

Ma stranamente rimango lì, anzi, mi siedo piano.

La voce femminile adesso è sostituita da un’altra, maschile. Una voce normale, direi. Non saprei come altro definirla, una voce come milioni di altre udite nella mia vita.

Mi volto in giro, non vedo nessuno intorno, neppure i pescatori che solitamente si incontrano su questa scogliera. Del resto le previsioni di marea, le meteo e la luna davano una notte del tutto inadatta alla pesca e forse è stata una forzatura venire a pescare ma questa volta non avrei rinunciato per niente al mondo alla quiete ed alla pace che infonde il mare di notte.

Ma le voci, a meno di un serio problema di salute mentale che, devo dire, per un attimo ho temuto, da qualche parte devono provenire.

Decido così di affacciarmi pian piano, in silenzio, sulla serie di scogli più in basso, vicino al mare, altrimenti nascosta dalle pietre superiori.

Scorgo un’ombra, anzi sono due, molto vicine l’una all’altra tanto da sembrare un’unica forma.

Penso di aver scovato l’ennesima coppietta che si è appartata per fare l’amore e faccio per allontanarmi sperando di non essere stato visto – l’ultima cosa che vorrei è essere scambiato per un voyeur – quando qualcosa mi trattiene. Non è semplice curiosità. La particolare serata, insolitamente calma ma elettrica allo stesso tempo, silenziosa ma musicale, scura ma ricca di colori, unitamente al tono speciale delle voci, mi induce a non ritrarmi ma, anzi, sospendo il pensiero in attesa di un qualcosa che sento che accadrà.

Non hanno l’aria di una coppia di sposi o fidanzati. Stanno lì, semplicemente l’uno accanto all’altra, per mano.

Lui le sussurra a lungo qualcosa mentre lei ascolta con la testa china da un lato. Poi un lungo silenzio dove il mare riprende a prevalere sui suoni circostanti.

Ora è lei a parlare con quella particolare voce calda, mentre lui tiene lo sguardo fisso sul riflesso della luna sull’acqua.

Ogni tanto ridono sommessamente, di un riso che ricorda molto da vicino quello puro e semplice dei bambini che saltano sul letto di nascosto dai genitori.

Da un certo punto in poi il dialogo si fa sempre più diradato e lascia il posto ad un silenzio fatto di parole non dette, di passaggi che la parola sminuirebbe. Non so come capisco tutto questo ma è come se tutto intorno si levi un qualcosa che consente di condividere pensieri e significati anche senza parole. Io ci sono dentro, lo sento, pur non sapendo perché, ma ci sono. A tratti mi spaventa ma sono come paralizzato, con la mente che ripercorre alcuni momenti della mia vita, che si sono incastrati nella mia storia e forse nella mia anima. Mi tornano alla memoria emozioni, colori, sapori, odori e oggetti che la mia mente ha archiviato nello sgabuzzino della memoria per far posto alle cose che servono ad un adulto responsabile, saggio e conforme. Volti dimenticati; voci, persino quella di mio padre, che, pur sforzandomi, in tante altre occasioni non sono riuscito a ricordare.

E sento dentro una felicità profonda, un calore di cui mai ho percepito la fragranza come in questo particolare momento.

Ad un tratto mi viene spontaneo guardare l’orologio, sono passate quasi due ore. Sono rimasto lì, fermo, per tutto questo tempo senza accorgermi dello scorrere dei minuti.

Mi risveglio da quella specie di piacevole torpore e mi ricordo dei due sullo scoglio. Ho gli occhi un po’ annebbiati, li stropiccio e li stringo per vedere se sono ancora lì. Ci sono, non si sono mossi. Stanno lì in silenzio, anzi no, mi pare dicano insieme qualcosa, come all’unisono, un sussurro lieve.

Stanno piangendo. Non è un pianto di tristezza o di disperazione, lo so. Piangono per le cose mai dette, per ciò che non è mai stato fatto ma che adesso sanno di poter condividere totalmente, agganciati all’infinito nonostante la vita.

Mi alzo piano piano, stando attento a non far rumore, raccolgo le mie cose, indosso lo zaino dell’acqua e dei panini, chiudo la cassetta, metto la sacca delle canne sulla spalla e prendo il secchio.

Dò un ultimo sguardo al mare lievemente increspato per la marea ed ai riflessi della luna sempre più bassa sull’orizzonte.

Mi volto e m’incammino passando da uno scoglio all’altro verso la strada del ritorno.

Non mi interessa più pescare, per stanotte.

Torno a casa.

E mi accorgo che sto piangendo.

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